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Mobilio tibetano

Per Anthaus il mobilio tibetano è diventato sinonimo di scoperta e nuove conoscenze. In questa terra, nel mezzo dell'Asia, si sono sviluppati saperi e filosofie capaci di superare i limiti del tempo benché la storia abbia reso questo paese parte del territorio cinese. Affascinati dai molteplici significati e dalla sfera spirituale di questa cultura, abbiamo imparato a riconoscere come questi concetti astratti si riflettano su pezzi di straordinaria bellezza e pregio antiquariale, capaci di condurre sino alle case di oggi un piccolo pezzo del vero Tibet.

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Il Design

La caratteristica principale del mobilio tibetano è sicuramente la rarità. Ne consegue che nel ricercare pezzi originali, che abbiano un reale valore antiquario, si incontrano non poche difficoltà. Una fatica che viene immediatamente ricompensata quando ci si ritrova ad osservare la bellezza di un mobile tibetano e la naturalezza con cui gli artigiani siano riusciti a coniugare la semplicità delle forme, che potremmo definire quasi austere, con la complessità dei decori e dei dipinti.
Trattare mobili tibetani significa quindi entrare in un mondo complesso che richiede una preparazione approfondita, solo così si evitano infatti le riproduzioni, che oggi raggiungono altissimi livelli di verosimiglianza. Questo significa innanzi tutto che, se un mobile sembra troppo bello e ben conservato per essere vero, molto probabilmente lo è.

Ovviamente l'acquisto di un pezzo non si basa solo su impressioni estetiche ma è necessario accertarsi della presenza di determinati caratteri che l'esperienza ci ha insegnato ad individuare. Un grande aiuto in questo senso lo danno le bellissime opere figurative che si trovano su ogni mobile tibetano, dalle credenze alle piccole scatole.
I mobili antichi e realmente tibetani non presentano dipinti sulle parti laterali e sui pianali. Per questioni molto pratiche gli artisti non dipingevano queste parti dei mobili perché semplicemente non sarebbero state viste e ammirate da nessuno. Nei monasteri, dove si trovavano la maggior parte dei pezzi, credenze e piccoli armadi venivano messi uno in fianco all'altro, da qui l'inutilità di una decorazione laterale. Un' eccezione sono alcune scatole e contenitori dipinti anche sulla parte superiore; questi pezzi risalgono al XVII secolo e il loro valore antiquario è superato solo dalla loro rarità.

Altro canone da ricercare in un mobile tibetano è l'usura. Soprattutto il pianale dei mobili realmente antichi presenta ammaccature o dislivelli difficili da riprodurre. Una patina che racconta ancora meglio la storia dei mobili tibetani.

Il mobile e la storia

La tumultuosa storia del Tibet e la perdita di un'indipendenza che ancora oggi non è stata riconquistata, sono fattori che incidono molto sulla reperibilità del mobilio di questo paese.
A questa difficoltà si aggiunge un limite temporale perché prima del XVIII secolo i tibetani non includevano i mobili nella loro quotidianità. Inoltre la maggior parte dei pezzi si trovava nei monasteri, spesso andati distrutti.

Gli artigiani iniziarono una produzione maggiore una volta venuti in contatto con altre culture, come quella cinese, dove il mobilio aveva già una storia secolare. In ogni caso anche dopo il 1700 non possiamo certo affermare che la presenza dei mobili diventi una costate nella quotidianità dei tibetani. Stiamo infatti parlando di popolazioni seminomadi, e solo le famiglie più ricche e i monasteri iniziano ad integrare gli spazi con complementi d'arredo.

È comunque necessario sottolineare che questa produzione limitata non danneggia il pregio del mobilio, ma permette la creazione di pochi pezzi dalla bellezza e dall'impatto estetico unico. La produzione si concentra solo su determinate tipologie di arredamento, ognuna con caratteristiche specifiche.
I mobili più diffusi sono le credenze o piccoli armadi, composti da pannelli spesso finemente decorati. I due pannelli centrali sono dotati di pioli ad incastro che li trasformano in piccole ante; questi mobili si trovavano soprattutto nei monasteri.
Altri mobili della tradizione artigiana sono piccoli tavoli intagliati, utilizzati per i cerimoniali nei monasteri o per servire il tè nelle case più abbienti. Vi è una grande quantità di variazioni nelle forme di tavoli, più che in qualsiasi altro tipo di arredamento tibetano. Alcuni sono stati costruiti come piccole credenze ad altezza ridotta e sono dotati di piccole aperture laterali che celano vani.
Altri ancora hanno piccole gambe pieghevoli per agevolarne il trasporto.

Una altro must della produzione tibetana sono le scatole e i bauli. Questi complementi d'arredo entrano a far parte della tradizione artigiana prima di ogni altro oggetto e i più rari risalgono al XVI secolo. Molto decorati, i dipinti erano applicati direttamente sul legno, oppure su tele o pelli precedentemente affissi alla scatola.

Oltre al mobilio non si può tralasciare l'importanza della produzione artistica concentrata sui Thangka e sulle bellissime porte monastiche rese dagli artisti oggetti che oggi diventano preziosi quanto un quadro.

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Materiali e colori

Una tradizione secolare che si ispira alla natura.
L'artigianato tibetano si declina attraverso due materiali principali: la tela (in cotone o in seta) e il legno.
Come detto i Thangka sono i caratteristici dipinti verticali e i soggetti raffigurati richiamano quasi sempre la filosofia buddhista. I pittori affrontavano un percorso di formazione pratico e spirituale molto lungo per poter tracciare le prime pennellate sulla tela. I dipinti tibetani sono quindi strettamente legati alla vita monastica, tanto che ogni Thangka di carattere religioso richiedeva che un lama recitasse dei sutra e apponesse sul retro la sua impronta, spesso intinta nel colore dorato.

L'artigianato si sviluppa in modo differente, in base soprattutto alla posizione geografica e alla conseguente reperibilità dei materiali. Il settore del mobile in Tibet è in gran parte nelle mani dei Khampa, popolazione della regione del Kham nel Tibet centrale, dove si trovano le maggiori foreste di conifere. Anche per il mobilio possiamo parlare di una vera e propria forma d'arte che si è sviluppata attraverso i secoli. I decoratori, chiamati Tsömpa, si differenziano dai pittori per attitudine e tecniche acquisite.

I pigmenti di colore

Per quanto si possano tracciare infinite differenze tra pittori e decoratori, lo sviluppo delle loro doti e capacità ha un comune denominatore che affonda le sue radici nell'elemento peculiare di tutta la produzione tibetana: il colore.
La storia del colore in Tibet è connessa alla ricchezza naturale di questa terra, i pigmenti di colore sono ricavati attraverso un processo di estrazione complesso, che rende ancora più preziosi i manufatti tibetani.

Il primo passo per avere colori che resistano nel tempo è la colla. La colla naturale è infatti fondamentale per avere tinte dalla giusta consistenza e tenuta, che non si deteriorino col tempo e che resistano agli sbalzi termici. Anche la colla, come i pigmenti, non ha origine sintetica ma viene estratta dalla pelle di yak o di pecora, fatta bollire sino al raggiungimento di una consistenza viscosa.
Alla colla vengono poi aggiunti i pigmenti di colore e l'acqua secondo proporzioni definite non da formule rigorose, ma dall'esperienza e dalla capacità di manipolare la materia tramandate di generazione in generazione. Ciò ha portato alla creazione di un'ampia varietà cromatica, tra cui "colori della terra" (sa-tshon), "pigmenti minerali" (rdo tson) e "tinte organiche" (thos).
Vediamo quindi l'origine dei colori più ricorrenti tanto su Thangka e porte, quanto sui mobili.

Rdo spang mthing - Blu e verde

Le tonalità di blu e di verde sono tra le più presenti nei dipinti tibetani. Nei paesaggi la suddivisione tra cielo e terra si delinea attraverso questi due colori. Si tratta di pigmenti di origine minerale, in precisione da carbonati del rame.
Il blu si ricava dall'azzurrite (mthing) e il verde dalla malachite (spang). Dosati insieme creano il color turchese (g.yu-kha).
Un altra tonalità di blu si può ricavare dal lapislazzuli (mu-men), la reperibilità di questo minerale prezioso è però limitata.

Mitshal - Rosso vermiglio

Il rosso vermiglio è un altro pigmento di origine minerale. E' facilmente riconoscibile per i riflessi metallici e per il peso. Si ricava dal cinabro che una vota tritato viene lavato dalle impurità e miscelato con colla e acqua calda. Creare questo colore richiede un processo molto meticoloso, soprattutto in fase di polverizzazione del minerale. Infatti se nel mortaio si fanno movimenti solo circolari il minerale tende a diventare biancastro, al contrario con movimenti troppo decisi dall'alto verso il basso il colore tende a scurirsi.

Dong-ros - Giallo

Anche questo colore fa parte dei pigmenti minerali. Viene ricavato dal disolfuro di arsenico e ha una saturazione forte tendente all'arcione. Dopo essere tritata col mortaio la polvere viene messa in un vaso con un goccio di colla sino all'assorbimento completo. Una volta ottenuta questa pasta di colore vengono aggiunte acqua calda e colla. Questo colore è utilizzato soprattutto per gli affreschi dei monasteri e su mobili.

Ka-rag - Bianco

Il bianco è la tonalità più importante tra i colori della terra. È ricavato dal carbonato di calcio contenuto nel calcare, nel marmo e nel gesso. I tibetani distinguono due tipi di bianco: maschile e femminile. Il colore maschile (po-rag) è denso e ha una consistenza grossolana, quello femminile (mo-rag) e molto più leggero e con una texture fluida. Inizialmente quando viene aggiunta l'acqua il colore tende al giallo, per questo è necessario un lungo processo che vuole la sostituzione di acqua fresca sino alla completa eliminazione delle impurità.

Rams - Indaco

L'indaco è una colore che fa parte delle tinte organiche. E' estratto dall'indigofera, arbusto appartenente alla famiglia delle fabacee. L'uso di questa tinta arriva dall'India e dal Nepal e può variare dalle intense sfumature di blu, sino al viola.

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L'arte decorativa

Abilità artigiane e profondi significati.
L'arte della decorazione in Tibet ha una lunga storia. Se le fondamenta, quali materiali e pigmenti di colore, nascono da un'unica radice, le varie tecniche pittoriche si differenziano in base alla tipologia degli oggetti prodotti. Ciò crea una fitta diramazione fatta di significati che oltrepassano il confine dell'immediato e donano ad ogni pezzo, sia esso un dipinto o un mobile, valore non solo materiale ma metafisico.
La precisione e la dedizione per ogni dettaglio ha fatto sì che per ogni tipologia di manufatto ci fosse una figura professionale specializzata. Quindi i pittori padroneggiavano tecniche non utilizzate dai decoratori e viceversa.

Benché la tradizione abbia sempre dato più credito ai pittori, oggi possiamo affermare con certezza che il mobilio tibetano ha un valore antiquario inestimabile e ci dona uno scorcio sulla vita e la quotidianità del Tibet. Il mobile attraverso le pregiate decorazioni e disegni, che esulano dal tema buddhista, mostra un altro volto del Tibet, fatto di paesaggi naturali, fiori e simbologia tradizionale. Tutto questo ha reso questi pezzi tra i più ricercati dai i grandi collezionisti di opere antiquarie.

Kyung-bur e simbologia

Per delineare i canoni estetici e decorativi del mobilio tibetano bisogna partire dalla struttura stessa dei mobili. La maggior parte dei mobili è costruita con legno di abete e di pino, essenze non tra le più nobili. Spetta quindi al decoratore lavorare il mobile per impreziosirlo e a tale fine si utilizzavano principalmente due tecniche. La prima era applicata soprattutto alle porte monastiche e prevedeva l'affissione di una tela in cotone sulle assi di legno. La tela una volta dipinta rendeva la porta molto più resistente e capace di sopportare le fredde temperature tibetane e di arrivare sino a noi conservando un'intatta bellezza.

Per il mobilio invece i decoratori hanno elaborato una tecnica molto particolare chiamata Kyung-bur. Anche questa decorazione nasce per impreziosire essenze morbide e meno pregiate come il legno di pino e di abete.
Ogni mobile veniva levigato sulla parte destinata al dipinto per eliminare dislivelli e i nodi del legno, per poi essere ricoperto di gesso. Il gesso, mischiato alla colla, veniva applicato in diverse proporzioni sulla superficie del mobile, tracciando i profili del disegno o piccoli punti ravvicinati in classico stile tibetano. Una volta ricoperti dal colore ne risultava un bellissimo disegno in rilievo dall'effetto materico che per impatto estetico non ha nulla da invidiare alle più moderne tecniche decorative.

Le tecniche decorative non solo impreziosiscono i mobili ma hanno sempre permesso ai decoratori di tramandare attraverso i secoli l'iconografia e la simbologia tibetana. Arredare uno spazio con questi pezzi carica gli ambienti di significati profondi che esprimono una cultura millenaria.
La simbologia tibetana spazia da raffigurazioni semplici a molto complesse e quasi terrifiche, si passa dai famosi otto simboli del buon auspicio alla cosmologia, da animali mitici alla raffigurazione di piante e fiori, o ancora dalla rappresentazione dei mudra (la gestualità delle mani) ai significati delle armi.
Tutti i simboli, anche quelli più spaventosi, hanno sempre un significato positivo. L'iconografia infatti è volta alla protezione, ad allontanare tutto ciò che non è propizio, o ancora a ricordare gli insegnamenti del Buddha.

Per descriverli tutti non basterebbe un libro, cerchiamo quindi di vedere quali sono i più ricorrenti:

Padma - Il fiore di loto

Questo fiore, che non cresce nel Tibet, è entrato a far parte dell'iconografia classica grazie al suo significato. Dal fango nasce un fiore candido, simbolo di purezza spirituale. La simmetria dei suoi petali richiama l'ordine del cosmo e spesso è associato al Buddha e ai Bodhisattva

Dpal be'u - Il nodo infinito

Benché non sia chiara l'origine iconografica del nodo infinito è diventato uno dei simboli più ricorrenti nell'arte tibetana. La sua rappresentazione geometrica chiusa simboleggia l'intricata relazione tra la causa e l'effetto. Un altro significato, non avendo inizio e fine, richiama l'eternità degli insegnamenti del Buddha e la sua immensa saggezza.
Spesso il nodo è raffigurato intrecciato ad un drappo colorato che crea un contrasto tra linee morbide e geometriche.

'Khor-lo - La ruota del Dharma

Questo simbolo nel suo insieme rappresenta la ruota messa in moto dal Buddha nella sua prima apparizione pubblica a Sarnath e quindi l'insegnamento. Ogni sua componente concorre a spiegarne il significato: il mozzo centrale rappresenta la disciplina morale dello spirito, i raggi (mai meno di otto) sono il simbolo della vacuità del mondo fenomenico dal quale bisogna astrarsi, infine il cerchio esterno che delimita la ruota rappresenta la concentrazione necessaria a seguire l'insegnamento buddhista.
Spesso la ruota del Dharma è dipinta tra due gazzelle, perché proprio nel giardino delle gazzelle il Buddha ha iniziato a rivelarsi.

Tshe-ring drug-skor - I sei simboli della lunga vita

Caratteristica della simbologia tibetana è mettere insieme più figure per esprimere un concetto unitario come quello della longevità. Questo concetto unisce la figura umana agli animali e agli elementi naturali. I simboli sono: la roccia di lunga vita, l'acqua di lunga vita, l'albero di lunga vita, l'uomo dalla lunga vita, gli uccelli di lunga vita e l'antilope di lunga vita.

Tag - Tigre

La tigre è uno degli animali più ricorrenti nell'arte tibetana. È simbolo di forza e potenza, la sua presenza allontana la paura e tutto ciò che mina la serenità.

Kirtimukha - Il viso della gloria

Kirtimukha è una creatura mitologica che popola i racconti di tutte le grandi popolazioni asiatiche, dall'India alla Cina passando per Nepal e Tibet. Con il volto che unisce i tratti del leone e del drago è sempre raffigurato con due piccole mani. Una figura al confine tra bene e male, in Tibet è simbolo di conoscenza, spesso messo a vegliare le soglie di templi e santuari.

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